Quasi 900 statue su un’isola sperduta nel Pacifico. È inevitabile che siano i moai la prima immagine che associamo a Rapa Nui, l’Isola di Pasqua. Quando si organizza un viaggio in Cile, Rapa Nui rischia di diventare una casella da aggiungere all’itinerario: volo da Santiago, moai, qualche fotografia e ritorno sul continente. Ma fermarsi a quelle grandi figure di pietra significa leggere soltanto una parte della sua storia.
A più di 3.700 chilometri dalle coste del Cile, una società di origine polinesiana sviluppò per secoli una cultura propria, in condizioni di straordinario isolamento. I moai ne sono la testimonianza più evidente: rappresentavano gli antenati e, nella maggior parte dei casi, venivano innalzati sugli ahu, le piattaforme cerimoniali costruite in prossimità degli insediamenti.
I luoghi in cui incontrare moai e ahu raccontano momenti diversi della storia dell’isola.
Rano Raraku, dove nascevano i moai di Rapa Nui
Il viaggio può cominciare da Rano Raraku, il cratere vulcanico dove venne scolpita la quasi totalità dei moai.
Quasi 400 sono ancora qui, alcuni terminati, altri abbandonati durante la lavorazione, altri apparentemente conficcati nel terreno. Ciò che emerge è spesso soltanto una parte di statue molto più grandi, progressivamente ricoperte dai sedimenti.
Da questa cava i moai venivano poi trasportati verso gli insediamenti dell’isola. Come esattamente avvenisse continua a essere oggetto di studio.
Ahu Tongariki e lo sguardo degli antenati
Poco distante, Ahu Tongariki cambia completamente la prospettiva. Quindici moai si allineano sulla più grande piattaforma cerimoniale di Rapa Nui.
Non guardano l’oceano, come potrebbe sembrare naturale immaginando queste enormi figure sulla costa. Sono rivolti verso l’interno, verso il territorio abitato dalle comunità di cui rappresentavano gli antenati.
Abbattuti nel corso dei secoli e ulteriormente dispersi dallo tsunami del 1960, i moai di Tongariki sono stati restaurati e rialzati negli anni Novanta.
Ma anche fermandosi qui avremmo conosciuto soltanto una parte di Rapa Nui.
Rano Kau e Orongo, la storia cambia
Sul bordo del grande cratere di Rano Kau, il villaggio cerimoniale di Orongo conduce in un’altra fase della società dell’isola.
Qui si sviluppò il culto del tangata manu, l’uomo-uccello. Una competizione tra i clan era legata alla raccolta del primo uovo della sterna manutara, uccello marino migratore, sull’isolotto di Motu Nui e la vittoria conferiva al capo del clan vincitore un ruolo politico e religioso centrale.
Restano le case in pietra, i petroglifi e, davanti, l’oceano con gli isolotti intorno ai quali si svolgeva il rituale.
Rapa Nui, quindi, continua anche dopo i moai.
Anakena, il mare di Rapa Nui
Quando si arriva ad Anakena il paesaggio cambia ancora.
Sabbia chiara, palme, acqua trasparente: una delle poche spiagge dell’isola dove fermarsi per qualche ora e fare il bagno nel Pacifico. Ma anche qui è difficile separare il mare dalla storia.
A pochi passi dalla spiaggia si trova Ahu Nau Nau, con sette moai rivolti verso l’interno. E proprio Anakena, secondo la tradizione orale Rapa Nui, sarebbe il luogo dell’arrivo di Hotu Matu’a e dei primi colonizzatori polinesiani.
È questa successione di paesaggi e storie a spiegare perché Rapa Nui meriti almeno qualche giorno e non una visita veloce.
Rano Raraku racconta come nascevano i moai. Tongariki il rapporto tra antenati e comunità. Orongo mostra una società che cambia. Anakena permette di fermarsi davanti al Pacifico, magari facendo un bagno con sette moai poco distanti.
Inserire Rapa Nui in un viaggio in Cile ha certamente senso, trattarla come una semplice estensione molto meno. Pensare di comprenderla in una visita veloce significherebbe perdere proprio ciò che la rende interessante: la possibilità di passare, nell’arco di pochi giorni, dall’archeologia ai vulcani, dalle storie degli antichi clan al mare.
Se attraversiamo più di 3.700 chilometri di oceano per raggiungerla, oltre a vedere i moai, vale la pena di fermarsi abbastanza a lungo da cominciare a capire l’isola e la comunità che li ha creati.